L’utero retroverso, cos’è e cosa comporta

di Glenda Oddi

Si sente spesso parlare di utero retroverso, ma cos’è? E cosa comporta? La retroversione dell’utero consiste in un anomalo posizionamento dello stesso che si presenta inclinato all’indietro anziché in avanti. Nella maggior parte dei casi è qualcosa di congenito ma in circostanze più rare può anche insorgere a seguito di processi infiammatori intensi o di particolari manovre ginecologiche come nel caso del parto o dell’aborto. Tale posizionamento dell’utero si riscontra principalmente in donne molto magre perché più soggette ad un abbassamento e rilassamento degli organi. I disagi correlati ad esso sono innanzitutto legati ad un ciclo maggiormente doloroso sia in fase premestruale che mestruale in relazione alla maggior contrazione del muscolo uterino necessaria per far uscire il flusso. In alcuni casi comporta dolore durante i rapporti sessuali e/o un senso di “stiramento verso il basso”. Al contrario di quando si crede, l’utero retroverso non genera alcuna problematica in relazione al concepimento e alla gravidanza. Le probabilità di rimanere incinte sono identiche rispetto a chi non ha tale malposizionamento. Nel caso in cui non generi alcuna forma di disagio l’intervento terapeutico per correggerlo è del tutto superfluo. Se invece comporta delle conseguenze rilevanti sulla salute e sul benessere della persona il trattamento più idoneo consiste in una isteropessi: un intervento chirurgico volto a riposizionare l’organo nella maniera corretta. La retroversione congenita non è ovviamente prevedibile ma quella indotta da infiammazione o da dinamiche ginecologiche può essere scongiurata attraverso un adeguato processo di igiene intima e rispettando le indicazione del ginecologo in relazione ai periodi successivi a parti ed aborti.

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